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Shock economy lascesa del capitalismo dei disastri naomi klein


SHOCK ECONOMY
Naomi Klein

Pubblicato: 2011
Tag(s): "No logo"


Introduzione
Ogni mutamento è mutamento del tema.
César Aira, Cumpleanos, 2001

Il fascino della tabula rasa. Tre decenni passati a cancellare e rifare il mondo
Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era
corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noè:
"È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco io
li distruggerò insieme con la terra".
Genesi 6,11
"Shock e sgomento" / "Shock and Awe" sono azioni che generano paure, pericoli e distruzione
incomprensibili per la popolazione, per elementi/settori specifici della società che pone la
minaccia, o per i leader. La natura, sotto forma di tornado, uragani, terremoti, inondazioni,

incendi incontrollati, carestie ed epidemie, può generare "Shock and Awe".
Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance.
[Shock e sgomento. Come ottenere rapidamente il predominio], la dottrina
militare per la guerra americana in Iraq.
Ho conosciuto Jamar Perry nel settembre 2005, al grande centro d'accoglienza gestito dalla Croce
Rossa a Çaton Rouge, Louisiana. Era in fila per la cena, distribuita con parsimonia da giovani e
sorridenti adepti di Scientology. Ero appena stata fermata per aver parlato agli sfollati senza essere
scortata da qualcuno dell'ufficio stampa, e ora stavo facendo del mio meglio per confondermi nella
folla: una canadese bianca in un mare di afroamericani del Sud. Mi infilai nella coda per la cena,
dietro Perry, e gli chiesi di parlarmi come se fossi una vecchia amica, cosa che lui fece di buon
grado.
Nato e cresciuto a New Orleans, era fuggito dalla città inondata una settimana prima. Dimostrava
circa diciassette anni, ma mi disse di averne ventitré. Lui e la sua famiglia avevano atteso a lungo gli
autobus per l'evacuazione; non vedendoli arrivare, si erano messi in marcia sotto il sole cocente.
Infine si erano ritrovati lì, in un enorme centro congressi, un tempo teatro di convention farmaceutiche
e "Carneficina nella Capitale: Il Meglio del Wrestling", ma che ora era invaso da duemila letti da
campo e una folla di gente arrabbiata ed esausta, guardata a vista da nervosi soldati della Guardia
nazionale appena tornati dall'Iraq.
La notizia che quel giorno stava facendo il giro del centro d'accoglienza era che Richard Baker, un
importante membro repubblicano del Congresso nonché loro concittadino, aveva detto a un gruppo di
lobbisti: "Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non
sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi". Joseph Canizaro, uno dei più ricchi costruttori di
New Orleans, aveva da poco espresso sentimenti analoghi: "Credo che abbiamo di fronte una tabula
rasa da cui ripartire. E grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità". Per tutta quella
settimana l'Assemblea legislativa statale della Louisiana a Baton Rouge aveva brulicato di lobbisti
aziendali intenti ad assicurarsi quelle grandi opportunità: meno tasse, meno regole, manodopera meno
costosa e "una città più piccola e più sicura" - che in pratica valeva a dire radere al suolo le case
popolari e sostituirle con condomini. A sentire tutti i discorsi su "nuovi inizi" e "tabula rasa", si


rischiava di dimenticare il brodo tossico di macerie, rifiuti chimici e resti umani che distava solo
qualche miglio di autostrada.
Jamar non riusciva a pensare ad altro. "A me non sembra davvero un modo per ripulire la città.
Quel che vedo io è che nelle zone povere sono morte un sacco di persone. Persone che non avrebbero
dovuto morire."
Parlava a voce bassa, ma un uomo più anziano in fila davanti a noi lo sentì e si voltò di scatto.
"Ma cosa diavolo crede quella gente a Baton Rouge? Questa non è un'opportunità. È una
stramaledetta tragedia. Sono ciechi?"
Una madre con due bambini intervenne. "No, non sono ciechi, sono cattivi. Ci vedono benissimo."
Tra coloro che videro opportunità nelle acque che sommersero New Orleans ci fu Milton


Friedman, grande guru del movimento per il capitalismo sfrenato, nonché l'uomo cui dobbiamo la
bibbia dell'economia globale contemporanea basata su un'estrema mobilità. Benché novantatreenne e
piuttosto cagionevole di salute, "zio Miltie" - così lo chiamavano i suoi seguaci - trovò le energie per
scrivere un editoriale per il "Wall Street Journal" tre mesi dopo la rottura degli argini. "La maggior
parte delle scuole di New Orleans è in rovina" osservò Friedman "come lo sono le case dei bambini
che le frequentavano. Quei bambini ora sono sparsi per il Paese. Questa è una tragedia. Ma è anche
un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo."
L'idea di Friedman era che, invece di spendere parte dei miliardi di dollari destinati alla
ricostruzione per ripristinare, migliorandolo, il preesistente sistema delle scuole pubbliche a New
Orleans, il governo avrebbe dovuto fornire alle famiglie dei buoni spesa, da usare presso istituzioni
private, molte delle quali a scopo di lucro, sovvenzionate dallo Stato. Era essenziale, scriveva
Friedman, che questo mutamento epocale del sistema scolastico non fosse una misura provvisoria,
d'emergenza, ma piuttosto "una riforma permanente".
Una rete di think tanks conservatori si gettò sulla proposta di Friedman e calò sulla città dopo
l'uragano. L'amministrazione di George W. Bush appoggiò i loro piani con decine di milioni di
dollari per convertire le scuole di New Orleans in "scuole charter", ovvero scuole pubbliche gestite
da enti privati secondo le proprie regole. Le scuole charter sono fonte di profonde diseguaglianze
negli Stati Uniti, e in particolare a New Orleans, dove vengono viste da molti genitori afroamericani
come un modo di ribaltare le conquiste del movimento per i diritti civili, che garantiva a tutti i
bambini lo stesso standard educativo. Per Milton Friedman, d'altro canto, l'intero concetto di sistema
scolastico statale puzzava di socialismo. A suo parere, la funzione dello Stato era quella di
"proteggere la nostra libertà sia dai nemici esterni sia dai nostri concittadini: mantenere la legalità e
l'ordine, conferire forza operativa ai contratti privati, salvaguardare la competitività di mercato". In
altre parole, garantire il servizio di polizia e l'esercito; ogni altra cosa, ivi compresa l'istruzione
gratuita, costituiva un'indebita ingerenza nel mercato.
In stridente contrasto con la lentezza geologica nella riparazione degli argini e nel ripristino della
rete elettrica, la vendita all'asta del sistema scolastico di New Orleans si svolse con rapidità e
precisione militari. Nel giro di diciannove mesi, quando la maggior parte dei cittadini poveri era
ancora in esilio, il sistema delle scuole pubbliche di New Orleans era stato quasi completamente
rimpiazzato da scuole charter gestite da privati. Prima dell'uragano Katrina, il comitato dei direttori
d'istituto gestiva 123 scuole pubbliche; ora solo quattro. Prima di quell'uragano, c'erano state sette
scuole charter private in città; ora ce n'erano trentuno. Gli insegnanti di New Orleans erano stati
rappresentati da un sindacato forte; ora il contratto sindacale era stato stracciato, e tutti i suoi 4700
membri erano stati licenziati.(N.B.: alcuni insegnanti, tra i più giovani, furono riassunti dalle scuole
charter, con salari ridotti; ma tutti gli altri no)


New Orleans era adesso, secondo il "New York Times", "il principale laboratorio nazionale per
l'uso su larga scala delle scuole charter", mentre l'American Enterprise Institute, un think tank
friedmaniano, esclamava raggiante che "Katrina ha ottenuto in un giorno [… ] ciò che i riformatori
scolastici della Louisiana non erano riusciti a ottenere in anni di tentativi". Gli insegnanti delle
scuole statali, intanto, mentre vedevano i soldi destinati alle vittime dell'inondazione impiegati per
cancellare un sistema pubblico e sostituirlo con uno privato, chiamavano il progetto di Friedman "un
esproprio educativo".
Definisco "capitalismo dei disastri" questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a
eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato.
L'editoriale su New Orleans si rivelò l'ultimo suggerimento pubblicamente espresso da Friedman;
meno di un anno dopo, il 16 novembre 2006, morì all'età di novantaquattro anni. Privatizzare il
sistema scolastico di una città americana di media grandezza potrà sembrare un'impresa modesta per
l'uomo osannato come il più influente economista dell'ultimo mezzo secolo, un uomo che contava tra i
suoi discepoli parecchi presidenti degli Stati Uniti, primi ministri britannici, oligarchi russi, ministri
delle finanze polacchi, dittatori del Terzo mondo, segretari del partito comunista cinese, direttori del
Fondo monetario internazionale e gli ultimi tre direttori della Federal Reserve americana. Eppure, la
sua determinazione a sfruttare la crisi di New Orleans per affermare una versione fondamentalista del
capitalismo fu anche un commiato particolarmente appropriato per questo professore alto un metro e
sessanta e pieno di energie, che all'apice della carriera si era descritto come "un predicatore
all'antica che declama il sermone domenicale".
Per più di trent'anni, Friedman e i suoi potenti seguaci avevano perfezionato proprio questa
strategia: attendere il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock, quindi sfruttare le risorse
dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati, e poi
agire rapidamente per rendere "permanenti" le riforme.
In uno dei suoi saggi più influenti, Friedman formulò la panacea tattica che costituisce il nucleo del
capitalismo contemporaneo, e che io definisco "dottrina dello shock". Osservava che "soltanto una
crisi - reale o percepita - produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni
intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale:
sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente
impossibile diventa politicamente inevitabile". Alcune persone accumulano cibo in scatola e acqua in
previsione di grandi disastri; i friedmaniani accumulano idee per il libero mercato. E quando la crisi
colpisce - ne era convinto il professore dell'Università di Chicago - è fondamentale agire in fretta,
imporre un mutamento rapido e irreversibile prima che la società tormentata dalla crisi torni a
rifugiarsi nella "tirannia dello status quo". Friedman stimava che "una nuova amministrazione dispone
di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l'opportunità
di agire incisivamente in quel periodo, non avrà un'altra occasione del genere". Variazione sul tema
del consiglio di Machiavelli per cui i danni andavano inflitti tutti assieme, questa si sarebbe
dimostrata una delle eredità strategiche di Friedman più durature.
Friedman imparò a sfruttare uno shock o una crisi su larga scala verso la metà degli anni Settanta,
quando fece da consigliere al dittatore cileno, il generale Augusto Pinochet. Non solo i cileni erano
in stato di shock dopo il violento colpo di Stato di Pinochet, ma il Paese era anche traumatizzato da
una grave iperinflazione. Friedman consigliò a Pinochet di imporre una trasformazione fulminea
dell'economia: tagli fiscali, libero scambio, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale e


deregulation. Alla fine, anche i cileni videro le loro scuole pubbliche rimpiazzate da istituti privati
sovvenzionati mediante buoni spesa. Era la più estrema trasformazione in senso capitalistico mai
tentata sino ad allora, e divenne famosa come la "Rivoluzione della Scuola di Chicago", dato che
molti degli economisti di Pinochet avevano studiato con Friedman presso quella università. Friedman
predisse che la velocità, la subitaneità e la portata dei mutamenti economici avrebbero provocato
reazioni psicologiche nell'opinione pubblica tali da "facilitare l'adattamento". Coniò un'espressione
per indicare questa tattica dolorosa: "trattamento shock" economico. Negli anni che seguirono, ogni
volta che i governi hanno imposto radicali programmi di libero mercato, il trattamento shock, o
"shockterapia", è stato il metodo favorito.
Pinochet facilitò l'adattamento anche attraverso le sue personali shockterapie: quelle applicate
nelle tante camere di tortura del regime, inflitte sui corpi agonizzanti di chi era considerato un
potenziale ostacolo sulla strada della trasformazione capitalistica. Molti, in America Latina,
vedevano un legame diretto tra gli shock economici che impoverivano milioni di persone e l'ampia
diffusione della tortura che puniva le centinaia di migliaia di persone che credevano in un diverso
tipo di società. Come disse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: "Come salvare detta
disuguaglianza se non a colpi di tortura con l'elettricità?".
Esattamente trent'anni dopo che queste tre distinte forme di shock erano calate sul Cile, la stessa
formula è riemersa, con molta più violenza, in Iraq. Prima è venuta la guerra, con lo scopo secondo
gli autori della dottrina militare Shock and Awe (Shock e sgomento) - di "controllare la volontà
dell'avversario, le sue percezioni e il suo intelletto, e renderlo letteralmente incapace di agire o
reagire". Poi è venuta la shockterapia economica, imposta, in un Paese ancora in fiamme, da L. Paul
Bremer, il governatore dell'Iraq nominato dagli Stati Uniti: privatizzazione selvaggia, completa
libertà di scambio, un'aliquota d'imposta unica al 15 per cento, un governo di proporzioni
ridottissime. Il ministro iracheno del Commercio ad interim, Ali Abdul-Amir Allawi, disse all'epoca
che i suoi connazionali erano "stufi di essere cavie per esperimenti. Ci sono già stati abbastanza
shock al sistema, non ci serve questa shockterapia economica". Quando gli iracheni opposero
resistenza, furono rastrellati e portati in prigioni dove avrebbero subito fisicamente e
psicologicamente altri shock, decisamente meno metaforici.
Ho iniziato a studiare il fenomeno della dipendenza del libero mercato dal potere dello shock
quattro anni fa, nei primi giorni di occupazione dell'Iraq. Dopo aver fatto la corrispondente da
Baghdad, dove avevo raccontato dei falliti tentativi di Washington di far seguire alla dottrina Shock
and Awe la shockterapia, sono andata in Sri Lanka, diversi mesi dopo il catastrofico tsunami del
2004, e lì ho assistito a un'altra versione della stessa manovra: gli investitori stranieri e i prestatori
internazionali si erano uniti allo scopo di sfruttare l'atmosfera di panico per consegnare l'intero
litorale a imprenditori che vi costruirono grandi villaggi turistici, impedendo a centinaia di migliaia
di pescatori di ricostruire le loro case vicino al mare. "Con un crudele rovescio di fortuna, la natura
ha offerto allo Sri Lanka un'opportunità unica, e da questa grande tragedia sorgerà un importante polo
del turismo internazionale" annunciò il governo dello Sri Lanka. Quando poi l'uragano Katrina colpì
New Orleans, e la pletora di politici conservatori, think tanks e imprenditori edili iniziarono a
parlare di tabula rasa e fantastiche opportunità, fu chiaro che il metodo privilegiato per imporre gli
obiettivi delle grandi imprese, adesso, era quello di usare i momenti di trauma collettivo per
dedicarsi a misure radicali di ingegneria sociale ed economica.
La maggior parte dei sopravvissuti a un disastro devastante vuole ben altro che una tabula rasa:
vogliono salvare il salvabile e iniziare a riparare ciò che non è stato distrutto, vogliono riaffermare il
proprio legame con i luoghi in cui sono cresciuti. "Mentre ricostruisco la città mi sembra di


ricostruire me stessa" diceva Cassandra Andrews, residente della Lower Ninth Ward, una delle zone
più colpite di New Orleans, mentre spazzava via i detriti. Ma i fautori del capitalismo dei disastri
non hanno interesse a restaurare ciò che era prima. In Iraq, nello Sri Lanka e a New Orleans, la
"ricostruzione" iniziò portando a compimento il lavoro svolto dal disastro, spazzando via cioè quanto
rimaneva della sfera pubblica, per poi rimpiazzarlo in tutta fretta con una specie di Nuova
Gerusalemme aziendale: il tutto prima che le vittime del disastro naturale fossero in grado di
coalizzarsi e reclamare ciò che spettava loro di diritto.
Mike Battles l'ha espresso nel modo migliore: "Per noi, la paura e il disordine offrivano promesse
concrete". Il trentaquattrenne ex agente segreto della Cia parlava di come il caos nell'Iraq postinvasione avesse aiutato la sua sconosciuta agenzia di sicurezza privata, la Custer Batdes, a ricevere
circa cento milioni di dollari in contratti governativi. Le sue parole potrebbero fungere da slogan per
il capitalismo contemporaneo: paura e disordine sono i catalizzatori per ogni nuovo balzo in avanti.
Quando ho iniziato questa ricerca sull'intersezione tra superprofitti e megadisastri, pensavo di
essere di fronte a una mutazione fondamentale del modo in cui la spinta a "liberare" i mercati si
faceva strada in tutto il mondo. Sono stata parte attiva del movimento no global che fece il suo
debutto mondiale a Seattle nel 1999, e quindi ero abituata a vedere questo genere di politiche,
imposte facendo pressioni ai summit dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), o come
clausole dei prestiti del Fondo monetario internazionale (Fmi). Le tre richieste tipiche privatizzazione, deregulation e sostanziosi tagli alla spesa sociale - erano di solito molto malviste
dai cittadini; ma quando si firmavano gli accordi c'era almeno il pretesto di un'intesa tra i governi che
gestivano i negoziati, oltre al consenso tra i presunti esperti. Ora, lo stesso programma ideologico
veniva imposto con i mezzi più apertamente coercitivi: sotto un'occupazione militare straniera in
seguito a un'invasione, o subito dopo un cataclisma naturale. L'11 settembre sembra aver concesso a
Washington il via libera per smettere di chiedere ai Paesi se desiderano la versione americana di
"economia di mercato e democrazia" e iniziare a imporla con la forza militare dello Shock and Awe.
Approfondendo la storia della diffusione su scala planetaria di questo modello di mercato,
tuttavia, mi sono resa conto che l'idea di sfruttare crisi e disastri era stato fin dall'inizio il modus
operandi del movimento promossa da Milton Friedman: il fondamentalismo capitalista ha sempre
avuto bisogno dei disastri per imporsi. Certo, i disastri stessi erano sempre più grandi e scioccanti;
ma ciò che stava accadendo in Iraq e a New Orleans non era un'invenzione nuova, post-11 settembre.
Piuttosto questi esperimenti di sfruttamento delle crisi costituivano il culmine di tre decenni di stretta
osservanza della dottrina dello shock.
Visti attraverso la lente di questa dottrina, gli ultimi trentacinque anni hanno un aspetto molto
diverso. Alcune delle più drammatiche violazioni dei diritti umani nella nostra epoca, usualmente
considerate semplici atti di sadismo compiuti da regimi antidemocratici, in realtà sono state
commesse con l'intento deliberato di terrorizzare l'opinione pubblica allo scopo di preparare il
terreno per l'introduzione di "riforme" radicali in senso liberista. In Argentina negli anni Settanta, la
"sparizione" di trentamila persone - molte delle quali attivisti di sinistra - a opera della junta fu un
passo essenziale per l'imposizione di politiche ispirate alla Scuola di Chicago, esattamente come il
terrore era stato complice della stessa metamorfosi in Cile. In Cina nel 1989, lo shock del massacro
di piazza Tienanmen, e gli arresti di decine di migliaia di persone che seguirono, permisero al partito
comunista di trasformare gran parte del Paese in una tentacolare zona di libera esportazione,
popolato da lavoratori troppo spaventati per rivendicare i loro diritti. In Russia nel 1993, Boris
Eltsin decise di inviare carri armati per appiccare il fuoco agli edifici del Parlamento e di chiudere
in carcere i leader dell'opposizione: fu questo a spianare la strada per la privatizzazione a prezzi di


saldo che fece nascere i famigerati oligarchi di quel Paese.
La guerra delle Falkland nel 1982 servì a uno scopo simile per Margaret Thatcher in Gran
Bretagna: il disordine e il fervore nazionalista scaturiti dalla guerra le consentirono di usare una
straordinaria durezza per sconfiggere i minatori in sciopero e accendere la prima frenesia di
privatizzazioni in una democrazia occidentale. L'attacco Nato a Belgrado nel 1999 creò le condizioni
per repentine privatizzazioni nell'ex Jugoslavia: un obiettivo che risaliva a prima della guerra. Il
fattore economico ovviamente non fu l'unica causa di queste guerre ma, in ciascuno di questi casi, un
grande shock collettivo fu sfruttato per preparare il terreno alla shockterapia economica.
Gli episodi traumatici che hanno assolto questa funzione di indebolimento non sono sempre stati
apertamente violenti. In America Latina e in Africa negli anni Ottanta, fu una crisi di indebitamento a
obbligare i Paesi alla scelta tra "privatizzazione o morte", per usare le parole di un funzionario del
Fmi. Messi in ginocchio dall'iperinflazione, e solitamente troppo indebitati per opporsi alle pretese
che accompagnavano i prestiti stranieri, i governi accettarono un trattamento shock con la promessa
che ciò li avrebbe salvati da un disastro ben peggiore. In Asia, fu la crisi finanziaria del 1997-98 paragonabile, per gli effetti devastanti, alla Grande depressione - a trasformare, aprendo a forza i
loro mercati, le cosiddette Tigri asiatiche in quella che il "New York Times" ha definito "la svendita
per cessata attività più grande del mondo". Molti di questi Paesi erano democrazie, ma le radicali
trasformazioni economiche non sono state imposte democraticamente. Al contrario: come Friedman
aveva ben compreso, l'atmosfera generale di crisi forniva il necessario pretesto per ignorare i
desideri espressi dagli elettori e consegnare il Paese a economisti "tecnocrati".
Naturalmente, ci sono stati casi in cui l'adozione di politiche liberiste ha avuto luogo in modo
democratico; si sono visti politici vincere le elezioni con programmi intransigenti, e gli Stati Uniti di
Ronald Reagan ne sono l'esempio migliore; un caso più recente è quello dell'elezione di Nicolas
Sarkozy in Francia. In questi casi, tuttavia, i crociati del libero mercato hanno incontrato la pressione
dell'opinione pubblica e sono stati obbligati a temperare e modificare i loro piani economici
radicali, accettando cambiamenti parziali al posto di una conversione totale. Il punto cruciale è che il
modello economico di Friedman può essere parzialmente imposto in una democrazia, ma per attuarlo
in tutta la sua portata ideale sono richieste condizioni di natura autoritaria. Perché la shockterapia
economica potesse essere applicata senza vincoli - come lo fu in Cile negli anni Settanta, in Cina
negli Ottanta, in Russia nei Novanta e negli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001 - è sempre stato
necessario un qualche ulteriore grosso trauma collettivo che sospenda temporaneamente o sopprima
completamente le consuetudini democratiche.
Questa crociata ideologica ha visto la luce nei regimi autoritari del Sudamerica, e nei suoi più
ampi territori di ultima conquista - Russia e Cina - coesiste ancora oggi, in tutta serenità e generando
grandi profitti, con una leadership dal pugno di ferro.

La shockterapia torna a casa.
Il movimento di Friedman, la Scuola di Chicago, ha conquistato territori in tutto il mondo a partire
dagli anni Settanta, ma fino a poco tempo fa la sua ideologia non era mai stata applicata pienamente
nel suo Paese di origine. Certo, Reagan aveva fatto passi avanti, ma gli Stati Uniti avevano comunque
un sistema di welfare, sicurezza sociale e scuole pubbliche, in cui i genitori si aggrappavano, nelle
parole di Friedman, al loro "irrazionale attaccamento a un sistema socialista".
Quando i repubblicani assunsero il controllo del Congresso nel 1995, David Frum, canadese


trapiantato in America e futuro autore dei discorsi di George W. Bush, era fra i cosiddetti
neoconservatori che propugnavano una rivoluzione economica basata sulla shockterapia negli Stati
Uniti. "Ecco come penso che dovremmo procedere. Anziché fare piccoli tagli - un po' qua, un po' là propongo di eliminare, in un solo giorno quest'estate, trecento programmi, ciascuno dei quali costa
meno di un miliardo di dollari. Forse questi tagli non faranno una gran differenza, ma - ragazzi avranno un grande valore simbolico. E si possono fare subito."
All'epoca Frum non ottenne la sua shockterapia domestica, soprattutto perché non c'era una vera
crisi su cui far leva. Ma nel 2001 la situazione cambiò. Al momento degli attacchi terroristici, la
Casa Bianca era piena di discepoli di Friedman, tra cui il suo amico intimo Donald Rumsfeld. La
squadra di Bush è riuscita a cogliere l'attimo di vertigine collettiva con una prontezza di riflessi
sconcertante: non, come ha sostenuto qualcuno, perché l'amministrazione abbia dolosamente
pianificato la crisi, bensì perché le figure centrali dell'amministrazione, veterani di precedenti
esperimenti di capitalismo dei disastri in America Latina e nell'Europa dell'Est, facevano parte di un
movimento che implora le crisi come i contadini pregano per la pioggia in tempi di siccità, e come
gli evangelici fondamentalisti supplicano di essere rapiti in cielo appena prima della fine del mondo.
Quando il disastro colpisce, sanno all'istante che il momento tanto atteso è finalmente giunto.
Per trent'anni, Friedman e i suoi seguaci avevano sistematicamente sfruttato i momenti di shock
negli altri Paesi - i loro equivalenti dell'11 settembre - a iniziare dal colpo di Stato di Pinochet, l'11
settembre 1973. L'11 settembre 2001 accadde che l'ideologia covata nelle università americane e
fortificata nelle istituzioni di Washington potè tornare finalmente a casa.
L'amministrazione Bush usò fin da subito la paura generata dagli attacchi non solo per lanciare la
cosiddetta "Guerra al Terrore", ma per assicurarsi che essa fosse un'impresa quasi completamente
volta al profitto, una nuova e fiorente industria che avrebbe soffiato nuova vita nella stagnante
economia americana. Lo si comprende meglio se lo si chiama "complesso del capitalismo dei
disastri": possiede tentacoli molto più lunghi rispetto al complesso militare-industriale contro cui
Dwight Eisenhower aveva messo in guardia alla fine della sua presidenza. Questa è una guerra
globale combattuta a ogni livello da aziende private il cui coinvolgimento è pagato con denaro
pubblico, con un mandato vitalizio per proteggere la patria americana in eterno, eliminando il "male"
oltreconfine, in ogni sua forma. Nel giro di pochi anni, il complesso ha già espanso il suo mercato
potenziale, dalla lotta al terrorismo al peacekeeping internazionale, alle amministrazioni locali, alla
risposta ai sempre più frequenti di sastri naturali. Il fine ultimo delle grandi imprese al centro del
complesso è riportare il modello di governo for-profit, che avanza così rapidamente in circostanze
straordinarie, entro il funzionamento ordinario e quotidiano dello Stato. Il fine ultimo è privatizzare il
governo.
Per mettere in moto il complesso del capitalismo dei disastri, l'amministrazione Bush ha
subappaltato, senza alcun dibattito pubblico, molte delle funzioni più delicate e importanti del
governo: dall'assistenza sanitaria per l'esercito agli interrogatori dei prigionieri, alla raccolta e
gestione di informazioni riservate su ciascun cittadino. Il ruolo del governo in questa guerra senza
fine non è quello di un amministratore che dirige una rete di appaltatori, ma di un imprenditore dalle
tasche gonfie, che fornisce il capitale necessario per l'avviamento del complesso ma diventa anche il
miglior cliente dei servizi che il complesso offre. Per citare solo due dati che mostrano la portata
della trasformazione: nel 2003, il governo americano mise sotto contratto 3512 agenzie private per
esercitare funzioni di sicurezza; nei ventidue mesi fino all'agosto 2006, il dipartimento per la
Sicurezza nazionale ha firmato più di 115.000 contratti di questo tipo. L'industria globale della
"sicurezza interna" - economicamente insignificante fino al 2001 - è ora un settore da duecento


miliardi di dollari. Nel 2006, la spesa del governo americano per la sicurezza interna raggiungeva
una media di 545 dollari per famiglia.
E questo è solo il fronte interno della Guerra al Terrore: i soldi veri servono a portare la guerra
altrove. Oltre alle industrie militari, che hanno visto i loro profitti impennarsi grazie alla guerra in
Iraq, mantenere l'esercito americano è oggi una delle economie di servizio più fiorenti del pianeta.
Due Paesi che hanno entrambi un McDonald's non hanno mai combattuto una guerra tra loro" dichiarò
incautamente l'editorialista del "New York Times" Thomas Friedman nel dicembre 1996. Non solo fu
smentito nel giro di due anni, ma, grazie al modello della guerra for-profit, oggi l'esercito americano
va in guerra con Burger King e Pizza Hut a rimorchio, appaltando ristoranti per le truppe nelle basi
militari, dall'Iraq alla "mini-città" attualmente in costruzione a Guantanamo.
Poi ci sono gli aiuti umanitari e la ricostruzione. Aiuti e ricostruzione for-profit, sperimentati per
la prima volta in Iraq, sono già diventati il nuovo paradigma globale, ed è ininfluente che la
distruzione iniziale sia provocata da una guerra preventiva, come l'attacco di Israele al Libano nel
2006, o da un uragano. Il flusso dei nuovi disastri aumenta di continuo, a causa della scarsità di
risorse e dei mutamenti climatici, e far fronte a queste emergenze è, semplicemente, un mercato in
ascesa troppo allettante per lasciarlo alle organizzazioni non-profit. Perché mai dovrebbe essere
l'Unicef a ricostruire le scuole quando può farlo la Bechtel, una delle più grandi imprese di
costruzione degli Stati Uniti? Perché mandare i rifugiati del Mississippi in case popolari vuote,
quando possono essere ospitati su navi da crociera Carnival? Per- che impiegare forze di pace
dell'Onu in Darfur, quando agenzie di sicurezza private come la Blackwater sono alla ricerca di
nuovi clienti? Ed è questa la differenza del dopo-11 settembre: prima, le guerre e i disastri offrivano
opportunità a un settore ristretto dell'economia - per esempio i costruttori di jet da combattimento, o
le aziende che ricostruivano i ponti bombardati. Il fine economico primario delle guerre, tuttavia, era
quello di offrire un mezzo per aprire nuovi mercati che erano stati isolati e generare boom del
dopoguerra. Oggi invece, le risposte alle guerre e ai disastri sono così completamente privatizzate
che sono esse stesse il nuovo mercato. Non c'è bisogno di aspettare la fine della guerra per il boom:
il mezzo è il messaggio.
Un vantaggio decisivo di questo approccio postmoderno è che, in termini commerciali, non può
fallire. "L'Iraq è stato meglio del previsto": con queste parole un analista finanziario ha definito un
trimestre particolarmente positivo per l'industria energetica Halliburton. Era l'ottobre 2006, il mese
più violento dell'anno fino ad allora, con 3709 civili iracheni morti. Eppure, pochi azionisti
restarono impassibili di fronte a una guerra che aveva generato venti miliardi di dollari in ricavi per
questa sola azienda.'
Fra il commercio d'armi, i soldati privati, la ricostruzione forprofit e l'industria della sicurezza
nazionale, il risultato emerso dall'impronta data dall'amministrazione Bush alla shockterapia cost-11
settembre è una nuova economia pienamente articolata. E stata costruita nell'era Bush, ma ora esiste
in maniera del tutto autonoma da una particolare amministrazione, e resterà ben salda finché non
verrà identificata, isolata e sfidata l'ideologia suprematista del business che ne costituisce la
premessa. È dominata dalle aziende americane ma è globale: le aziende britanniche, per esempio,
portano la loro esperienza in materia di onnipresenti telecamere a circuito chiuso, le ditte israeliane
offrono la loro expertise nella costruzione di recinti e muri ad alta tecnologia, e l'industria canadese
del legname invia rappresentanti in giro per il mondo per vendere case prefabbricate che sono
svariate volte più costose di quelle prodotte localmente. "Credo che nessuno prima d'ora avesse mai
guardato alla ricostruzione delle aree colpite da disastri come a un vero mercato immobiliare" dice
Ken Baker, direttore generale di un gruppo leader nel commercio di legname. "È una strategia a lungo


termine per diversificare."
Fatte le debite proporzioni, il complesso del capitalismo dei disastri è paragonabile ai boom del
"mercato emergente" e delle telecomunicazioni negli anni Novanta. Anzi, gli addetti ai lavori
sostengono che i contratti oggi sono ancora migliori che nei giorni delle dot.com, e che la bolla della
sicurezza ha preso il posto delle altre scoppiate in precedenza. Insieme ai profitti in rapida crescita
dell'industria delle assicurazioni (che in proiezione dovrebbero aver raggiunto la cifra record di 60
miliardi di dollari nel 2006 nei soli Stati Uniti), e agli utili elevatissimi dell'industria del petrolio
(che contribuisce a generare le catastrofi da cui trae profitto), l'economia dei disastri ha fatto molto
per salvare il mercato mondiale dalla grave recessione che rischiava alla vigilia dell'11 settembre."
Quando si tenta di ripercorrere la storia della crociata ideologica che è culminata nella radicale
privatizzazione della guerra e del disastro, si ripresenta un problema: l'ideologia è in realtà
proteiforme, sempre pronta a cambiar nome e assumere nuove identità. Friedman si definiva un
liberal, ma i suoi seguaci americani, che associavano i liberals alle tasse alte e agli hippie,
tendevano a identificarsi come "conservatori", "economisti classici", "fautori del libero mercato" e,
più tardi, favorevoli alla Keaganomics o al laissez-faire. In gran parte del mondo, la loro ortodossia
è nota come "neoliberismo", ma spesso è chiamata ree trade o semplicemente "globalizzazione". Solo
dalla metà degli anni Novanta il movimento intellettuale, capeggiato dai think tanks di destra con cui
Friedman era associato da tempo - la Heritage Foundation, il Cato Institute e l'American Enterprise
Institute - ha iniziato a definirsi "neoconservatore", una visione del mondo che ha sfruttato la forza
della macchina militare Usa al servizio di obiettivi economici.
Tutte queste incarnazioni hanno in comune la devozione a una santa trinità - eliminazione della
sfera pubblica, liberazione delle corporation da qualunque vincolo e spesa sociale ridotta all'osso ma nessuno di questi nomi sembra perfettamente adeguato per definirne l'ideologia. Friedman
qualificava il suo movimento come un tentativo di liberare il mercato dallo Stato, ma l'esperienza di
ciò che accade quando la sua visione è applicata al mondo reale è ben diversa. In ogni Paese in cui
negli ultimi trent'anni sono stati applicati i principi della Scuola di Chicago, ciò che è emerso è una
potente alleanza di dominio tra poche enormi corporation e una classe di politici quasi
invariabilmente ricchi: e i confini tra i due gruppi sono sfumati e sempre mutevoli. In Russia, i
soggetti privati nell'alleanza sono chiamati "oligarchi"; in Cina, "principini"; in Cile, "piranha"; negli
Stati Uniti, sono i "pionieri" della campagna Bush-Cheney. Ben lungi dal liberare il mercato dallo
Stato, questi gruppi politici e aziendali si sono semplicemente fusi insieme, scambiandosi favori per
assicurarsi il diritto di appropriarsi di risorse preziose che prima erano di pubblico dominio: dai
pozzi di petrolio russi ai poderi collettivi della Cina ai contratti di ricostruzione in Iraq concessi
senza aste d'appalto.
Una definizione più consona per un sistema che cancella i confini tra il Big Government e il Big
Business non è liberal, conservatore o capitalista, ma corporativista. Le sue caratteristiche principali
sono enormi trasferimenti di beni pubblici ai privati, spesso accompagnati dall'esplosione del debito
pubblico, uno iato sempre più largo tra gli scintillanti ricchi e i poveri usa-e-getta, e un nazionalismo
guerrafondaio che giustifica spese illimitate per la sicurezza. Per chi si trova all'interno della bolla di
estrema ricchezza creata da questo sistema, non può esserci modo più conveniente per organizzare
una società. Ma a causa degli evidenti svantaggi per la vasta maggioranza della popolazione che resta
fuori dalla bolla, tra le altre caratteristiche dello Stato corporativo ci sono gli arresti di massa, la
sorveglianza aggressiva (ancora una volta, con il governo e le grandi aziende che si scambiano favori
e contratti), la riduzione delle libertà civili e spesso, anche se non sempre, la tortura.


La tortura come metafora.
Dal Cile alla Cina all'Iraq, la tortura è stata un partner silenzioso nella rivoluzione liberista
globale. La tortura, però, è ben più che uno strumento utile per imporre scelte politiche indesiderate a
chi si ribella: è anche una metafora della logica alla base della dottrina dello shock.
La tortura - o, nel linguaggio della Cia, "interrogatorio coercitivo" - è un insieme di tecniche
pensate per indurre nei prigionieri uno stato di assoluto disorientamento e shock, allo scopo di
obbligarli a fare concessioni contro la loro volontà. La logica di fondo è resa esplicita in due
manuali della Cia,,desecretati nei tardi anni Novanta. In essi si spiega che per piegare le "fonti che
oppongono resistenza" bisogna creare rotture violente tra i prigionieri e la loro capacità di dare
senso al mondo che li circonda. In primo luogo, si elimina ogni input sensoriale (con cappucci in
testa, tappi alle orecchie, manette, isolamento totale), poi si bombarda il corpo con stimoli estremi
(luci stroboscopiche, musica a tutto volume, percosse, elettroshock).
Lo scopo di questa fase di "ammorbidimento" è provocare una specie di uragano nella mente: i
prigionieri subiscono una regressione tale, e sono così spaventati, che non riescono più a pensare
razionalmente né a proteggere i propri interessi. È in questo stato di shock che la maggior parte dei
prigionieri dà a chi li interroga ciò che questi desidera: informazioni, confessioni, abiura di
convinzioni precedenti. Uno dei manuali della Cia fornisce una spiegazione particolarmente
esplicita: "C'è un intervallo - che può essere estremamente breve - di animazione sospesa, una sorta
di shock o paralisi psicologica. È provocata da un'esperienza traumatica o subtraumatica che fa
esplodere, per dir così, il mondo che è familiare al soggetto, oltre all'immagine che egli ha di sé
entro quel mondo. Gli specialisti riconoscono questo effetto quando si manifesta e sanno che in quel
momento la fonte è molto più aperta ai suggerimenti, molto più disposta a collaborare, di quanto non
fosse appena prima di subire lo shock".
La dottrina dello shock imita alla perfezione questo processo, cercando di ottenere su vasta scala
ciò che la tortura ottiene su una singola persona in una cella per interrogatori. L'esempio più chiaro è
stato lo shock dell'11 settembre, che, per milioni di persone, ha "fatto esplodere il mondo a loro
familiare" e ha dato il via a un periodo di forte disorientamento e regressione, che l'amministrazione
Bush ha sfruttato con estrema abilità. All'improvviso ci siamo ritrovati a vivere in una sorta di Anno
Zero, in cui tutto ciò che sapevamo del mondo fino a quel momento poteva essere sbrigativamente
definito "pensiero pre-11 settembre". I nordamericani, che peraltro non erano mai stati grandi esperti
di storia, sono diventati "un foglio bianco" sul quale "possono essere scritte le parole più nuove e più
belle", come Mao disse del suo popolo. Un nuovo esercito di esperti si è materializzato all'istante
per scrivere nuove e bellissime parole sulla ricettiva tela delle nostre coscienze postraumatiche:
"scontro di civiltà", hanno scritto. "Asse del Male", "islamofascismo", "sicurezza nazionale". Mentre
tutti ci preoccupavamo delle nuove e mortifere guerre tra culture, l'amministrazione Bush è stata in
grado di ottenere quello che prima dell'11 settembre poteva solo sognare: combattere guerre
privatizzate all'estero e affidare la sicurezza della patria a un complesso di aziende.
È così che funziona il capitalismo dei disastri: il disastro originario - il colpo di Stato, l'attacco
terroristico, il crollo dei mercati, la guerra, lo tsunami, l'uragano - getta l'intera popolazione in uno
stato di shock collettivo. Le bombe che cadono, le grida di terrore, i venti sferzanti sono più efficaci,
nel rendere malleabili intere società, di quanto la musica assordante e i pugni nella cella di tortura
non indeboliscano i prigionieri. Come il prigioniero terrorizzato che rivela i nomi dei compagni e
abiura la sua fede, capita che le società sotto shock si rassegnino a perdere cose che altrimenti


avrebbero protetto con le unghie e con i denti. Jamar Perry e gli altri sfollati al centro d'accoglienza
di Baton Rouge avrebbero dovuto perdere le loro case popolari e le loro scuole pubbliche. Dopo lo
tsunami, i pescatori dello Sri Lanka avrebbero dovuto cedere la loro preziosa spiaggia ai proprietari
di alberghi. Gli iracheni, se tutto fosse andato come previsto, avrebbero dovuto essere così scioccati
e terrorizzati da rinunciare al controllo delle riserve di petrolio, alle loro aziende pubbliche e alla
loro sovranità, cedendoli alle basi militari e alle zone verdi americane.

La grande bugia.
Nel torrente di parole scritte nei necrologi di Milton Friedman, il ruolo della crisi, dello shock e
del disastro fu a malapena menzionato. Piuttosto, la morte dell'economista fornì un'occasione per
raccontare di nuovo la storia ufficiale di come la sua versione del capitalismo radicale fosse
diventata ortodossia governativa in quasi ogni angolo del globo. E una versione romanzata della
storia, ripulita dalla violenza e dalla coercizione così intimamente intrecciata con questa crociata, e
rappresenta il più riuscito colpo di propaganda degli ultimi tre decenni. La versione dice più o meno
quanto segue.
Friedman ha dedicato la vita a combattere una pacifica battaglia di idee contro chi credeva che i
governi avessero il dovere di intervenire nel mercato per smussarne gli angoli. Era convinto che la
storia "avesse preso una strada sbagliata" quando i politici avevano iniziato a dar retta a John
Maynard Keynes, architetto intellettuale del New Deal e del moderno Stato sociale. Il crollo del
1929 aveva convinto i più che l'approccio del laissez-faire fosse fallito, e che i governi dovessero
intervenire nell'economia per redistribuire la ricchezza e limitare le grandi concentrazioni. In quei
giorni bui per il laissez-faire, quando il comunismo conquistò l'Est, il welfare state sedusse
l'Occidente e il nazionalismo economico mise radici nel Sud postcoloniale, Friedman e il suo
mentore, Friedrich von Hayek, tennero viva con pazienza la fiamma di una versione pura del
capitalismo, non toccata dai tentativi keynesiani di mettere in comune la ricchezza collettiva per
costruire società più giuste.
"L'errore fondamentale, a mio avviso" scrisse Friedman in una lettera a Pinochet nel 1975, era
stato "credere che sia possibile far del bene con i soldi degli altri".''" Pochi lo ascoltarono: i più
insistettero che i loro governi potevano e dovevano far del bene. Friedman fu sbrigativamente
liquidato da "Time" nel 1969 come "un folletto o uno scocciatore", ed erano in pochi a venerarlo
come un profeta.
Alla fine, dopo decenni di esilio intellettuale, vennero gli anni Ottanta e il dominio di Margaret
Thatcher (che chiamava Friedman "un combattente per la libertà intellettuale") e Ronald Reagan (che
fu visto con in mano una copia di Capitalismo e libertà, il manifesto di Friedman, durante la
campagna elettorale per la presidenza). Finalmente c'erano leader politici che avevano il coraggio di
liberare e svincolare i mercati nel mondo reale. Stando a questa versione ufficiale, dopo che Reagan
e la Thatcher ebbero pacificamente e democraticamente liberato il mercato, la libertà e la prosperità
che seguirono furono così palesemente desiderabili che quando i dittatori iniziarono a cadere, da
Manila a Berlino, le masse chiesero a gran voce la Reaganomics accanto ai loro Big Mac.
Quando infine l'Unione Sovietica collassò, il popolo dell'"impero del male" era impaziente di
unirsi alla rivoluzione friedmaniana, così come i comunisti convertiti al capitalismo in Cina.
Voleva dire che il vero liberismo globale non aveva più ostacoli, e in esso le grandi imprese,
finalmente affrancate, non solo erano libere a casa loro, ma erano libere di varcare ogni confine


senza vincoli, diffondendo la prosperità in tutto il mondo. Ora c'era consenso su come la società
dovesse essere governata: i leader politici dovevano essere eletti, e le economie dovevano seguire le
regole di Friedman. Era, come disse Francis Fukuyama, "la fine della storia": "il punto finale
dell'evoluzione ideologica dell'umanità". Quando Friedman morì, la rivista "Fortune" scrisse che "la
marea della storia era con lui"; il Congresso americano approvò una risoluzione che lo lodava come
"uno dei più importanti patroni della libertà nel mondo, non solo nell'economia ma in ogni campo"; il
governatore della California Arnold Schwarzenegger fece celebrare il Milton Friedman Day
nell'intero Stato il 29 gennaio 2007, e parecchie città e cittadine fecero lo stesso. Il "Wall Street
Journal" riassumeva efficacemente questa versione ordinata della storia con il titolo: Freedom Man.
Questo libro è una sfida alla pretesa centrale e più cara alla storia ufficiale: che il trionfo del
capitalismo senza regole sia nato dalla libertà, che il liberismo sfrenato vada a braccetto con la
democrazia. Al contrario, mostrerò che questo fondamentalismo capitalista è stato invariabilmente
partorito dalle più brutali forme di coercizione, inflitte sul corpo politico collettivo come su
innumerevoli corpi individuali.
La posta in gioco è alta. Il corporativismo sta per conquistare le sue ultime frontiere: le economie
chiuse e basate sul petrolio del mondo arabo, e i settori delle economie occidentali che a lungo sono
stati protetti dal profitto - incluse la risposta alle emergenze e la creazione di eserciti. Poiché non si
finge neppure di cercare il consenso popolare prima di privatizzare funzioni economiche tanto vitali,
sia in patria sia fuori, serve un'escalation di violenza e disastri sempre maggiori per far avanzare la
causa. Eppure, poiché il vero significato degli shock e delle crisi è stato così efficacemente
cancellato dalla storia ufficiale della crociata corporativista, le tattiche estreme usate in Iraq e a New
Orleans sono spesso scambiate per semplici incompetenze o favoritismi della Casa Bianca di Bush.
In realtà, gli exploit di Bush rappresentano il culmine, molto violento e molto creativo, di una
campagna lunga cinquant'anni per la totale liberazione delle grandi imprese, che non sarà frenata da
una singola elezione in un singolo Paese. Piuttosto, è la stessa ideologia che dev'essere identificata,
isolata e sfidata.
Qualsiasi tentativo di incolpare le ideologie per i crimini commessi dai loro seguaci dev'essere
intrapreso con grande cautela. E troppo facile dire che coloro dai quali dissentiamo non sono solo in
errore ma sono tirannici, fascisti, genocidi. È anche vero però che certe ideologie sono un pericolo
per la gente e necessitano di essere identificate per quello che sono. Sono quei sistemi chiusi, quelle
dottrine ideologiche che non possono coesistere con altri sistemi di valori: i loro seguaci disprezzano
la diversità e pretendono una tabula rasa su cui costruire. Il mondo com'è oggi va cancellato per
edificarne uno nuovo e perfetto. È una logica che affonda le radici nelle fantasie bibliche di grandi
inondazioni e grandi incendi, una logica che conduce ineluttabilmente alla violenza. Le ideologie che
aspirano a quell'impossibile foglio bianco che si può raggiungere solo con un qualche cataclisma
sono le ideologie pericolose.
Di solito sono i sistemi ideologici basati sull'estremismo religioso e sul concetto di razza che
richiedono l'eliminazione di altri gruppi al fine di perseguire una visione purista del mondo. Ma in
seguito al crollo dell'Unione Sovietica, c'è stata una potente resa dei conti collettiva con i grandi
crimini commessi nel nome del comunismo. Gli archivi sovietici sono stati aperti ai ricercatori, che
hanno così potuto contare i morti per carestie forzate, campi di lavoro e omicidi politici. Il processo
ha scatenato un acceso dibattito su quanto le uccisioni fossero ispirate dall'ideologia in sé, o invece
dalla sua distorsione da parte di seguaci come Stalin, Ceausescu, Mao e Pol Pot.
"È stato il comunismo in carne e ossa a imporre la repressione all'ingrosso, culminata in un regno
di terrore spalleggiato dallo Stato" scrive Stéphane Courtois, coautore del discusso Libro nero del


comunismo. "L'ideologia è, dunque, innocente?" Certo che ne ha. Non ne consegue che tutte le forme
di comunismo siano intrinsecamente genocide, come qualcuno ha affermato, ma è stata senza dubbio
un'interpretazione della teoria comunista, un'interpretazione dottrinaria, autoritaria e contraria a ogni
pluralismo, che ha condotto alle purghe staliniane e ai campi di rieducazione di Mao. Il comunismo
autoritario è, ed è bene che sia, per sempre macchiato da quei laboratori.
Ma che ne è allora della crociata contemporanea per liberare i mercati mondiali? I colpi di Stato,
le guerre e i massacri che servono a installare e mantenere i regimi a favore delle grandi società non
sono mai stati trattati come crimini del capitalismo, ma sono stati liquidati come eccessi di dittatori
troppo zelanti, come fronti caldi della Guerra fredda, e ora della Guerra al Terrore. Se i più decisi
oppositori del modello economico corporativista sono sistematicamente sterminati - in Argentina
negli anni Settanta, in Iraq oggi - quella soppressione è giustificata come parte della lotta sporca
contro il comunismo o il terrorismo: quasi mai come la lotta per l'avanzamento del capitalismo puro.
Non sto affermando che tutte le forme di sistema di mercato sono per forza violente. È
assolutamente possibile, certo, avere un'economia di mercato che non richieda una simile brutalità e
non necessiti di tale purezza ideologica. Un mercato libero dei prodotti di consumo può coesistere
con una sanità pubblica, con scuole pubbliche, con un ampio segmento dell'economia - come una
compagnia petrolifera pubblica - saldamente in mano statale. È parimenti possibile richiedere che le
grandi aziende paghino salari decenti e rispettino il diritto dei lavoratori di costituirsi in sindacati; e
che i governi tassino e redistribuiscano la ricchezza così che le aspre ineguaglianze che affliggono lo
Stato corporativo siano ridotte. Non è obbligatorio che i mercati siano fondamentalisti.
Keynes aveva proposto esattamente questo genere di economia mista, regolata, dopo la Grande
depressione: una rivoluzione nell'approccio politico che creò il New Deal e trasformazioni analoghe
in tutto il mondo. È stato proprio quel sistema di compromessi, controlli ed equilibri che la
controrivoluzione di Friedman mirava a smantellare metodicamente Paese dopo Paese. Vista in
questa luce, la variante fondamentalista del capitalismo propria della Scuola di Chicago ha, in effetti,
qualcosa in comune con altre pericolose ideologie: quel tipico desiderio di irraggiungibile purezza,
di imbiancare la tela e tirar su dal nulla la società ideale.
Questo desiderio di disporre del potere divino di creazione ex novo costituisce precisamente il
motivo per cui gli ideologi del libero mercato sono così attratti dalle crisi e dai disastri. Una realtà
non apocalittica è semplicemente incompatibile con le loro ambizioni. Da trentacinque anni, ciò che
anima la controrivoluzione di Friedman è stata l'attrazione per un tipo di potere, libertà e senso di
possibilità che è disponibile solo in tempi di mutamento cataclismatico - quando le persone, con le
loro abitudini ostinate e le loro domande insistenti, vengono spazzate via - momenti in cui la
democrazia sembra concretamente impossibile. Chi crede nella dottrina dello shock è convinto che
solo una grande discontinuità - un'inondazione, una guerra, un attacco terroristico - possa generare
quelle tele vaste e bianche tanto intensamente desiderate. In questi momenti malleabili, in cui siamo
psicologicamente e fisicamente sradicati, gli artisti del reale tuffano le mani e iniziano il loro lavoro
di ricreazione del mondo.


Parte 1
Due dottor Shock. Ricerca e Sviluppo.


Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi
stessi.George Orwell, 1984.
La rivoluzione industriale fu soltanto l'inizio di una rivoluzione tanto estrema e radicale quanto
mai una rivoluzione potè infiammare le menti dei settari, tuttavia il nuovo credito era
completamente materialista e sostenere che tutti i problemi umani potessero essere risolti per
mezzo di una quantità illimitata di beni materiali.
Karl Polanyi, La grande trasformazione


Capitolo

1

La camera di tortura. Ewen Cameron, la Cia e lo sforzo maniacale
di cancellare e rifare la mente umana.
Le loro menti appaiono come una tabula rasa su cui possiamo scrivere.
I medici Cyril J. Kennedy e David Anchel, a proposito dei benefici dell'elettroshock, 1948.
Sono andato all'ammazzatoio per osservare questa cosiddetta "macellazione elettrica", e ho
visto che ai suini sono applicate grosse pinze metalliche sulle tempie, poi collegate alla corrente
elettrica (125 volt). Appena applicate le pinze, gli animali hanno perso conoscenza, si sono
irrigiditi, e poi, dopo qualche secondo, sono stati scossi da convulsioni, non diversamente dai
nostri cani da laboratorio. In questa fase di incoscienza (coma epilettico), il macellaio ha potuto
pugnalare e dissanguare gli animali senza difficoltà.
Ugo Cerletti, psichiatra, su come "inventò" l'elettroshock, 1954.
"Non parlo più con i giornalisti" dice la voce tesa all'altro capo del telefono. E poi uno spiraglio:
"Cosa vuole?".
Penso di avere circa venti secondi per esporre i miei argomenti, e non sarà facile. Come posso
spiegare a Gail Kasmer cosa voglio, quale strada mi ha condotto da lei?
La verità sembra assurda: "Sto scrivendo un libro sullo shock. Su come i Paesi sono scioccati dalle guerre, dagli attacchi terroristici, dai colpi di Stato e dai disastri naturali. E poi su come
vengono scioccati un'altra volta - dalle grandi aziende e dai politici che sfruttano la paura e il
disorientamento di quel primo shock per imporre la shockterapia economica. E poi su come le
persone che osano opporre resistenza a questa strategia dello shock vengono, se necessario,
scioccate per la terza volta - dalla polizia, dai soldati e dagli interrogatori in prigione. Voglio
parlare con lei perché lei è, secondo i miei calcoli, tra le persone più scioccate al mondo, essendo
lei una dei pochi sopravvissuti ancora in vita degli esperimenti segreti della Cia sull'elettroshock e le
altre "tecniche di interrogatorio speciali". E a proposito, ho ragione di credere che le ricerche
compiute su di lei negli anni Cinquanta alla McGill University siano ora applicate ai prigionieri di
Guantanamo e di Abu Ghraib".
No, questo è un discorso che non posso fare. Quindi le dico: "Di recente sono stata in Iraq, e sto
cercando di capire il ruolo svolto dalla tortura in quel Paese. Ci dicono che serve a ottenere
informazioni, ma io credo che ci sia dell'altro: credo possa avere a che fare con il progetto di
costruire un Paese modello, per cancellare le persone e poi cercare di ricostruirle da capo".
C'è una lunga pausa, e poi un tono di voce diverso nella risposta, ancora tesa ma… È una specie di
sollievo? "Lei ha appena descritto con esattezza quello che la Cia e Ewen Cameron hanno fatto a me.
Hanno cercato di cancellarmi e rifarmi. Ma non ha funzionato."
In meno di ventiquattr'ore, mi ritrovo a bussare alla porta dell'appartamento di Gail Kastner in una
tetra casa di riposo a Montreal. "È aperto" dice una voce appena udibile. Gail mi aveva detto che


avrebbe lasciato la porta aperta perché è difficile per lei alzarsi in piedi. Sono le piccole fratture
alla spina dorsale che diventano più dolorose con il progredire dell'artrite. Il suo mal di schiena è
solo uno dei ricordi delle sessantatré volte in cui i lobi frontali del suo cervello sono stati invasi da
scariche elettriche di 150/200 volt, mentre il suo corpo era scosso da convulsioni violente sul tavolo,
provocandole fratture, slogature, tagli alle labbra, denti rotti.
Mi accoglie da una lussuosa poltrona ortopedica blu. Può avere venti posizioni, scoprirò in
seguito, e lei la sistema, come un fotografo che cerca di mettere a fuoco. È in poltrona che passa i
suoi giorni e le sue notti, alla ricerca, tentando di evitare il sonno e quelli che chiama "i suoi sogni
elettrici". È allora che vede "lui": il dottor Ewen, psichiatra morto da tempo, che tanti anni fa le
somministrava quegli shock, insieme ad altri tormenti. "Ho ricevuto due visite dal Mostro Eminente
la scorsa notte" annuncia appena entro. "Non voglio metterla a disagio, ma è stato a causa della sua
telefonata improvvisa, con tutte quelle domande."
Mi rendo conto che la mia presenza qui è, con tutta probabilità, ingiusta. Questa sensazione si
acuisce quando osservo l'appartamento e vedo che non c'è posto per me. Ogni superficie è ricoperta
da torri di carte e libri, ammonticchiati in modo precario ma chiaramente secondo una qualche forma
di ordine. I libri sono tutti segnati con foglietti ingialliti. Pavimento, divano, sedie, tavolini, tavolo
della cucina sono completamente ricoperti. Gail mi indica l'unica superficie libera della stanza, una
sedia di legno che non avevo notato, ma va leggermente nel panico quando chiedo dieci centimetri di
spazio per il registratore. Il tavolino vicino alla sua poltrona è fuori questione: vi risiedono circa
venti pacchetti vuoti di sigarette. Matinee Regular, disposte in una perfetta piramide. (Gail mi aveva
avvertita per telefono di essere una grande fumatrice: "Mi spiace, ma fumo. E mangio male. Sono
grassa e fumo. Spero non sia un problema".) Sembra che Gail abbia colorato di nero l'interno dei
pacchetti, ma guardando meglio mi accorgo che si tratta in realtà di parole, scritte in una grafia
minuscola ed estremamente densa: nomi, numeri, migliaia di parole.
Nel corso della giornata che passiamo a parlare, Gail spesso si china a scrivere qualcosa su un
pezzetto di carta o un pacchetto di sigarette: "Un appunto per me stessa" spiega "o non me ne
ricorderei". I foglietti e le scatole di sigarette sono, per Gail, qualcosa di più di un sistema di
archivio poco convenzionale. Sono la sua memoria.
Da tutta la sua vita adulta, la mente continua a tradire Gail: i fatti evaporano all'istante; i ricordi,
se ci sono (e molti non ci sono), sono come istantanee sparse a caso sul pavimento. Spesso ricorda
alla perfezione un evento - è ciò che chiama "frammento di memoria" - ma se le si chiede una data,
può sbagliarsi anche di due decenni. "Nel 1968" dice. "No, 1983." E dunque tiene liste e conserva
tutto, come prova che la sua vita è accaduta davvero. All'inizio Gail si scusa per il disordine. Ma poi
dice: "È stato lui a farmi questo! Questo appartamento è parte della tortura!".
Per molti anni, Gail è stata sconcertata dai vuoti di memoria, e dalle altre idiosincrasie. Per
esempio, non sapeva perché una piccola scossa elettrica dal pannello di apertura del garage le
provocasse un incontrollabile attacco di panico. O perché le tremavano le mani mentre attaccava
l'asciugacapelli alla presa di corrente. Ma soprattutto, non capiva come mai riuscisse a ricordare
quasi tutto della sua vita adulta, ma quasi nulla prima dei vent'anni. Quando incontrava qualcuno che
sosteneva di conoscerla dall'infanzia, diceva fingendo: "So chi sei ma non mi viene in mente dove ti
ho già visto".
Gail pensava che fosse tutto parte della sua precaria salute mentale. Tra i venti e i quarant'anni
aveva sofferto di depressione e dipendenza da farmaci, e a volte aveva crisi tanto violente che si
ritrovava in ospedale, in stato di incoscienza. La sua famiglia l'aveva ripudiata, lasciandola così sola
e disperata che sopravviveva cercando cibo nei cassonetti fuori dai negozi di alimentari.


Da qualche indizio intuiva che qualcosa di ben più traumatico era accaduto. Prima che la sua
famiglia tagliasse i ponti con lei, Gail e la sua gemella monozigote litigavano spesso a proposito di
un'occasione in cui Gail era stata molto male e Zella aveva dovuto prendersi cura di lei. "Non hai
idea di cosa ho passato" diceva Zella. "La facevi sul pavimento del salotto e ti succhiavi il pollice e
parlavi come un bambino piccolo e volevi il biberon di mio figlio. Questo ho dovuto sopportare!"
Gail non sapeva come prendere le recriminazioni di sua sorella. Farla sul pavimento? Pretendere il
biberon del nipote? Non ricordava di aver mai fatto cose così strane.
Dopo i quarantacinque anni, Gail iniziò una relazione con un uomo di nome Jacob, che definisce la
sua anima gemella. Sopravvissuto all'Olocausto, Jacob attribuiva grande importanza alla memoria e
al tema della perdita. Per Jacob, morto più di dieci anni fa, gli anni che Gail aveva inspiegabilmente
rimosso erano fonte di grande turbamento. "Dev'esserci una ragione" diceva. "Dev'esserci una
ragione."
Nel 1992, Gail e Jacob passarono davanti a un'edicola che esponeva un titolo a caratteri cubitali:
Esperimenti di lavaggio del cervello: le vittime saranno risarcite. La Kastner iniziò a scorrere
l'articolo, e alcune espressioni balzarono subito in risalto: "parlata infantile", "perdita di memoria",
"incontinenza", "Dissi: "Jacob, compra questo giornale". Seduti in un caffè lì vicino, lessero una
storia incredibile su come, negli anni Cinquanta, la Cia avesse finanziato un medico di Montreal
perché eseguisse strani esperimenti sui suoi pazienti psichiatrici, tenendoli addormentati e in
isolamento per settimane, e poi somministrando dosi enormi di elettroshock oltre a un cocktail di
farmaci sperimentali che comprendeva la droga psichedelica Lsd e l'allucinogeno Pcp, comunemente
noto come polvere degli angeli. Gli esperimenti, che facevano regredire i pazienti a stadi infantili,
preverbali, erano stati eseguiti all'Allan Memorial Institute della McGill University sotto la
supervisione del direttore, il dottor Ewen Cameron. I finanziamenti della Cia a Cameron erano stati
rivelati nei tardi anni Settanta in seguito a una richiesta basata sul Freedom of Information Act, e la
vicenda aveva provocato un'inchiesta del Senato statunitense. Nove ex pazienti di Cameron si
unirono per far causa alla Cia oltre che al governo canadese, che aveva contribuito a finanziare le
ricerche di Cameron. Nel corso di lunghi processi, i legali dei pazienti sostennero che gli esperimenti
avevano violato tutti gli standard dell'etica medica. Quelle persone si erano rivolte a Cameron per
lievi problemi psichiatrici - depressione postparto, ansia, addirittura problemi matrimoniali - ed
erano state usate, senza saperlo e senza autorizzazione, come cavie umane per soddisfare la sete di
informazioni della Cia su come controllare la mente umana. Nel 1988 la Cia accettò di pagare, e
distribuì un totale di 750.000 dollari di risarcimento ai nove querelanti: all'epoca, la cifra più alta
mai pagata dall'agenzia di intelligence. Quattro anni dopo, il governo canadese avrebbe accettato di
risarcire con 100.000 dollari ogni paziente che avesse partecipato agli esperimenti.
Non solo Cameron svolse un ruolo di primo piano nello sviluppo delle tecniche di tortura
attualmente in uso negli Stati Uniti, ma i suoi esperimenti contribuiscono a mettere in luce la logica di
fondo del capitalismo dei disastri. Come gli economisti liberisti, convinti che solo un disastro su
larga scala - un grande disfacimento - può preparare il terreno per le loro "riforme", così Cameron
era convinto che, infliggendo una serie di shock alla mente umana, avrebbe potuto disfare e
cancellare le menti difettose, e poi ricostruire nuove personalità su quella preziosa e sfuggente tabula
rasa.
Quando Gail si imbatté in quell'articolo di giornale, non sapeva nulla di tutto questo. Aveva
vagamente sentito parlare, negli anni, di una storia che riguardava la Cia e la McGill, ma non aveva


seguito la vicenda: non aveva mai avuto a che fare con l'Allan Memorial Institute. Ma in quel
momento, seduta lì con Jacob, si concentrò su ciò che i pazienti dicevano delle loro vite: le amnesie,
la regressione. Dice Gail: "Mi resi conto che quelle persone dovevano aver passato quello che avevo
passato io. Dissi: "Jacob, dev'essere questa la ragione".

Nella bottega dello shock.
Gail Kastner scrisse all'Allan Memorial Institute per richiedere la sua cartella clinica. All'inizio le
dissero che non avevano carte su di lei, ma alla fine ottenne tutte e 138 le pagine che la riguardavano.
Il medico che l'aveva ricoverata si chiamava Ewen Cameron.
Le lettere, gli appunti e i diagrammi nella cartella clinica di Gail raccontano una storia straziante,
che parla di governi e medici che abusano del loro potere, ma anche delle scelte limitate offerte a una
ragazza diciottenne negli anni Cinquanta. La cartella inizia con la valutazione della paziente al
momento del ricovero: studia alla scuola per infermiere della McGill, scrive Cameron, eccelle negli
studi, e si è dimostrata "finora un individuo ragionevolmente equilibrato". Soffre però di ansia,
provocata - scrive semplicemente il medico - dal padre violento, un uomo "profondamente
inquietante" che ha perpetrato "ripetuti attacchi psicologici" contro la figlia.
Nei loro primi appunti, le infermiere mostrano simpatia per Gail: avevano in comune l'amore per
la professione infermieristica, e la descrivono come "allegra", "socievole" e "ordinata". Ma nei mesi
che passò sotto le loro cure, Gail subì una radicale trasformazione della personalità,
meticolosamente documentata nella sua cartella: dopo qualche settimana, "mostrava comportamenti
infantili, esprimeva idee bizzarre, apparentemente soffriva di allucinazioni e atteggiamenti
distruttivi". Gli appunti riferiscono che quella ragazza così intelligente adesso riusciva a contare solo
fino a sei; in seguito è descritta come "manipolatrice, ostile e molto aggressiva"; poi, passiva e
indolente, incapace di riconoscere i familiari. La diagnosi finale è "schizofrenia [… ] con tratti
marcati di isteria": molto più grave dell'"ansia" che aveva mostrato all'arrivo.
La metamorfosi senza dubbio aveva a che fare con i trattamenti elencati nella cartella: alte dosi di
insulina, che avevano indotto coma ripetuti; strane combinazioni di stimolanti e tranquillanti; lunghi
periodi in cui era tenuta in un sonno chimicamente indotto; e una quantità di elettroshock otto volte
superiore alla dose standard dell'epoca.
Gli appunti delle infermiere documentano gli incessanti tentativi di Gail di sfuggire ai suoi medici:
"Cerca di trovare vie d'uscita [… ] afferma di essere maltrattata [… ] rifiuta la terapia
elettroconvulsionante (Tec) dopo l'iniezione". Queste lamentele erano sistematicamente usate come
pretesti per un'altra visita a quello che i colleghi più giovani di Cameron chiamavano la "bottega
dello shock".
Dopo aver riletto più volte la sua cartella clinica, Gail Kastner si trasformò in una sorta di
archeologa della sua stessa vita, impegnata a raccogliere e studiare ogni cosa che potesse aiutarla a
capire cosa fosse successo in quell'ospedale. Scoprì che Ewen Cameron, cittadino americano nato in
Scozia, aveva raggiunto i vertici della sua professione: era stato presidente dell'American
Psychiatric Association, della Canadian Psychiatric Association e della World Psychiatric
Association. Nel 1945, era stato uno dei tre psichiatri americani chiamati a dimostrare la sanità
mentale di Rudolf Hess al processo di Norimberga.'


Quando Gail iniziò la sua indagine, Cameron era morto da tempo, ma aveva lasciato dozzine di
articoli scientifici e conferenze. Erano stati pubblicati anche molti libri sui finanziamenti della Cia
agli esperimenti di controllo della mente: libri che contenevano molti dettagli sul rapporto di
Cameron con l'agenzia.

Nota: Tra di essi: Anne Collins, In the Sleep Room (vincitore del Governor General Award); John
Marks, The Search for the Manchurian Candidate; Alan Scheflin e Edward Option Jr., The Mind
Manipulators; Walter Bowart, Operation Mind Control; Gordon Thomas, Journey Into Madness;
Harvey Weinstein, A Father, a Son and the CIA, scritto da uno psichiatra figlio di un paziente di
Cameron.
Gail li lesse tutti, sottolineando brani significativi, tracciando cronologie e facendo controlli
incrociati delle date, che riscontrava sulla sua cartella clinica. Quel che riuscì a capire fu che
all'inizio degli anni Cinquanta, Cameron aveva abbandonato l'approccio freudiano standard che
usava la "terapia della parola" per ricercare le "cause profonde" delle malattie mentali dei pazienti.
La sua ambizione non era quella di curare o "riparare" i suoi pazienti, ma di ricostruirli da capo,
usando un metodo che chiamava psychic driving, "ricondizionamento mentale".
Stando agli articoli da lui pubblicati all'epoca, era convinto che l'unico modo per insegnare ai
pazienti nuovi e salutari comportamenti fosse quello di penetrare nelle loro menti e "spezzare i
vecchi pattern psicologici". La prima fase era il de-patterning, "decondizionamento", il cui scopo era
straordinario: riportare la mente a uno stadio che Aristotele avrebbe definito come una tavoletta da
scrittura su cui non è ancora stato vergato nulla - una tabula rasa. Cameron credeva di poter
raggiungere quello stadio attaccando il cervello all'improvviso con ogni stimolo che potesse
interferire con il suo funzionamento normale. Era un'operazione Shock and Awe contro la mente.
Nei tardi anni Quaranta, l'elettroshock stava guadagnando popolarità presso gli psichiatri europei e
nordamericani. Provocava danni meno permanenti di quelli inflitti da una procedura chirurgica come
la lobotomia, e sembrava funzionare: i pazienti isterici spesso si tranquillizzavano, e in alcuni casi la
scarica elettrica sembrava rendere la mente più lucida. Ma erano solo osservazioni, e neppure i
medici che avevano sviluppato la tecnica erano in grado di fornire una spiegazione scientifica di
come funzionasse.
Erano però consapevoli degli effetti collaterali. Non c'era dubbio che la Tec potesse provocare
amnesie; era di gran lunga il disturbo più frequente tra quelli legati al trattamento. L'altro effetto
indesiderato ricorrente, strettamente legato alla perdita di memoria, era la regressione. In dozzine di
studi clinici, i medici notarono che immediatamente dopo il trattamento, i pazienti si succhiavano il
pollice, si raggomitolavano in posizione fetale, dovevano essere imboccati per mangiare e
chiamavano a gran voce le loro madri (spesso scambiando medici e infermiere per i propri genitori).
Questi comportamenti di solito erano di breve durata, ma in caso di somministrazioni particolarmente
tese e violente, i medici constatavano una regressione completa: il paziente non sapeva più
camminare né parlare. Marilyn Rice, un'economista che a metà degli anni Settanta guidò un
movimento per i diritti dei pazienti e contro la Tec, ,ha descritto in modo vivido come si è sentita
quando i suoi ricordi e gran parte di ciò che aveva appreso sono stati cancellati dall'elettroshock:
"Ora so cosa deve aver provato Eva, creata già adulta dalla costola di qualcun altro, senza un
passato. Mi sento vuota come Eva".
Nota: Ancora oggi, sebbene la Tee - una tecnica molto più raffinata e che comprende procedure


volte a garantire sicurezza e comfort ai pazienti - sia diventata un trattamento rispettabile e spesso
efficace per la psicosi, la perdita di memoria a breve termine resta un effetto collaterale. Alcuni
pazienti riportano ancor oggi danni alla memoria a lungo termine.
Per la Rice e altri, quel senso di vuoto rappresentava una perdita irreparabile. Cameron, d'altra
parte, guardava lo stesso vuoto e vedeva qualcos'altro: la tabula rasa, ripulita dalle cattive abitudini,
su cui nuovi schemi potevano essere incisi. Per lui, la "massiccia perdita di tutti i ricordi" provocata
dalla Tec intensiva non era uno spiacevole effetto collaterale, bensì lo scopo precipuo del
trattamento, il mezzo per riportare il paziente a uno stato primitivo, "molto prima che comparissero
pensieri e comportamenti schizofrenici". Come i falchi guerrafondai che vogliono bombardare un
Paese fino a farlo "tornare all'età della pietra", Cameron vedeva la shockterapia come un mezzo per
riportare all'infanzia i suoi pazienti, per farli regredire completamente. In un articolo del 1962, egli
descrive lo stato in cui voleva ridurre pazienti come Gail Kastner: "Non c'è solo una perdita
dell'immagine spaziotemporale, ma anche della sensazione che quell'immagine dovrebbe essere
presente. In questa fase il paziente può mostrare una varietà di altre manifestazioni, come la perdita
di una seconda lingua o della consapevolezza del proprio stato civile. In forme più avanzate, può
essere incapace di camminare senza supporto, di mangiare da solo, e può presentare doppia
incontinenza [… ] Tutti gli aspetti della sua funzione mnemonica sono profondamente turbati".
Per raggiungere questo stadio, Cameron usava un'apparecchiatura relativamente nuova, chiamata
Page-Russell, che somministrava fino a sei scariche consecutive anziché una sola. Deluso dal fatto
che i pazienti sembravano aggrapparsi a ciò che rimaneva della loro personalità, li disorientava
ulteriormente con eccitanti, tranquillanti e allucinogeni: clorpromazina, barbiturici, Amobarbital,
ossido di diazoto, Desoxyn, Seconal, Nembutal, Veronal, Melicone, Thorazine, Largactil e insulina.
Cameron scrisse in un articolo del 1956 che questi farmaci servivano a "disinibire [il paziente] così
che le sue difese possano essere ridotte".
Una volta ottenuto il "decondizionamento completo", e spazzata via la personalità preesistente,
poteva iniziare la fase di ricondizionamento. Consisteva nel far ascoltare al paziente la riproduzione
di messaggi registrati su cassetta: "Tu sei una buona madre e moglie e tutti apprezzano la tua
compagnia". In quanto comportamentista, credeva che se avesse potuto far assorbire ai pazienti i
messaggi nella cassetta, essi avrebbero iniziato a comportarsi diversamente. I pazienti, sotto shock e
ridotti quasi allo stato vegetativo da tutte le droghe, non potevano far altro che ascoltare i messaggi:
dalle sedici alle venti ore al giorno, per settimane; in un caso, Cameron trasmise lo stesso messaggio
in continuazione per 101 giorni.
Nota: Se Cameron fosse stato un po' meno potente nel suo campo, di certo le sue audiocassette
"ricondizionanti" sarebbero state liquidate come una sciocchezza. L'idea gli venne da un'inserzione
ritagliata da un giornale, che pubblicizzava il Cerebrophone: un fonografo da comodino con casse a
forma di cuscino, reclamizzato come "un metodo rivoluzionario per imparare una lingua straniera nel
sonno".
A metà degli anni Cinquanta, diversi ricercatori della Cia si interessarono al lavoro di Cameron.
Era l'inizio dell'isteria della Guerra fredda, e l'agenzia aveva appena avviato un programma segreto
dedicato alla ricerca sulle "tecniche speciali di interrogatorio". Un memorandum della Cia, oggi
desecretato, spiega che il programma "esaminava e investigava numerose e inusuali tecniche di
interrogatorio, tra cui vessazioni psicologiche e questioni come "l'isolamento totale" e "l'uso di


farmaci e sostanze chimiche". Denominato in codice dapprima "Project Bluebird" (merlo azzurro),
poi "Project Artichoke" (carciofo), fu infine chiamato MKUltra nel 1953. Nei successivi dieci anni,
l'MKUltra avrebbe speso 25 milioni di dollari in ricerca per trovare nuovi modi di piegare la
volontà dei prigionieri sospettati di essere comunisti e doppiogiochisti. 80 istituzioni furono
coinvolte nel programma, tra cui 44 università e 12 ospedali.
Le entità coinvolte avevano molte idee creative su come estorcere informazioni a persone che
avrebbero preferito non divulgarle; il problema era trovare modi per mettere alla prova quelle idee.
Nei primi anni del Project Bluebird e del Project Artichoke, le attività somigliavano a quelle di un
film di spionaggio tragicomico, per cui gli agenti della Cia si ipnotizzavano a vicenda e mettevano
Lsd nei bicchieri dei colleghi per vedere cosa succedeva (in almeno un caso, suicidio); per non
parlare delle torture inflitte alle presunte spie russe.
I test somigliavano più a drammatici scherzi da caserma che a seri esperimenti, e i risultati non
fornirono il genere di certezza scientifica che l'agenzia desiderava. Per questo avevano bisogno di
molte cavie umane. Si fecero molti tentativi, ma erano rischiosi: se si fosse venuto a sapere che la
Cia stava sperimentando farmaci pericolosi sul suolo americano, l'intero programma avrebbe
rischiato la chiusura. Ed è qui che nacque l'interesse della Cia per i ricercatori canadesi. I loro
rapporti risalgono al primo giugno 1951, quando vi fu un incontro trinazionale di agenzie di
intelligence e docenti universitari all'hotel Ritz-Carlton di Montreal. L'argomento dell'incontro era la
crescente preoccupazione, nella comunità di intelligence occidentale, che i comunisti avessero in
qualche modo scoperto come "lavare il cervello" ai prigionieri di guerra. Ne era prova il fatto che i
soldati americani prigionieri in Corea si mettevano davanti alle telecamere - in apparenza
volontariamente - per denunciare il capitalismo e l'imperialismo. Secondo i verbali desecretati del
meeting al Eitz, i presenti Omond Solandt, presidente del Defence Research Board canadese, sir
Henry Tizard, presidente del British Defence Research Policy Committee, oltre a due rappresentanti
della Cia - erano convinti che le potenze occidentali avessero urgente bisogno di scoprire come
facessero i comunisti a strappare simili impressionanti confessioni. Stabilito ciò, il primo passo
consisteva nel condurre "uno studio clinico di casi reali", per vedere come funzionasse il lavaggio
del cervello. Lo scopo di questa ricerca non era iniziare a usare il controllo della mente come arma
offensiva: era quello di preparare i soldati occidentali per le tecniche di coercizione che avrebbero
potuto subire se fossero stati presi prigionieri.
La Cia, naturalmente, aveva altri interessi. Eppure, anche negli incontri a porte chiuse come quello
al Ritz, sarebbe stato impossibile, a così breve distanza dalle rivelazioni sulle torture naziste che
avevano sollevato orrore in tutto il mondo, affermare che l'agenzia era interessata a sviluppare
metodi alternativi di interrogatorio.
Tra i partecipanti al meeting del Ritz c'era il dottor Donald Hebb, direttore dell'istituto di
psicologia alla McGiU University. Stando ai verbali desecretati, Hebb, nel tentativo di chiarire il
mistero delle confessioni dei soldati, ipotizzò che i comunisti manipolassero i prigionieri mettendoli
in isolamento spinto e bloccando gli input sensoriali. I capi dell'intelligence furono favorevolmente
impressionati, e tre mesi più tardi Hebb ottenne un fondo di ricerca dal dipartimento della Difesa
canadese, per condurre una serie di esperimenti segreti sulla deprivazione sensoriale. Per venti
dollari al giorno Hebb convinse 63 studenti della McGill a farsi isolare in una stanza con una benda
sugli occhi, cuffie che trasmettevano rumore bianco e tubi di cartone che coprivano le braccia e le
mani per interferire col senso del tatto. Per giorni, gli studenti galleggiavano in un mare di nulla,
occhi, orecchie e mani incapaci di aiutarli a orientarsi, vivendo nelle loro sempre più vivide
immaginazioni. Per appurare se questa deprivazione li rendeva più malleabili al "lavaggio del


cervello", Hebb iniziò a trasmettere registrazioni di voci che parlavano dell'esistenza dei fantasmi o
della disonestà della scienza: idee che gli studenti avevano detto di ritenere discutibili prima che
iniziasse l'esperimento.
In un rapporto confidenziale sulle scoperte di Hebb, il Defence Research Board affermava che la
deprivazione sensoriale causava evidentemente un'estrema confusione, oltre ad allucinazioni tra gli
studenti sottoposti al test; e che "un significativo temporaneo abbassamento dell'efficienza intellettiva
si è verificato durante e immediatamente dopo il periodo di deprivazione percettiva". Inoltre, la fame
di stimoli rendeva gli studenti sorprendentemente ricettivi alle idee espresse nelle registrazioni
audio; e, anzi, non pochi di loro svilupparono un interesse per l'occulto che durò settimane dopo la
fine dell'esperimento. Era come se la confusione per la deprivazione sensoriale riuscisse a
cancellare parzialmente le loro menti, e poi gli stimoli ne riscrivessero gli schemi di attività.
Una copia dello studio principale di Hebb fu inviata alla Cia, quarantuno copie alla marina
americana e quarantadue all'esercito. La Cia inoltre monitorò direttamente le scoperte attraverso un
ricercatore allievo di Hebb, Maitland Baldwin, che, all'insaputa di Hebb, faceva rapporto
all'agenzia. Non sorprende che l'interesse fosse così vivo: Hebb stava dimostrando che l'isolamento
intensivo interferiva con la lucidità di pensiero e rendeva i soggetti più vulnerabili alla suggestione risorse inestimabili per chi conduce un interrogatorio. Alla fine, Hebb comprese che le sue ricerche
avevano un potenziale enorme: potevano essere usate non solo per evitare che i soldati catturati
subissero il lavaggio del cervello, ma anche come una specie di manuale per la tortura psicologica.
Nell'ultima intervista concessa prima della morte, nel 1985, Hebb disse: "Era chiaro, quando
scrivemmo il nostro rapporto al Defence Research Board, che stavamo descrivendo eccezionali
tecniche di interrogatorio".
Il rapporto di Hebb sottolinea che quattro soggetti "affermarono spontaneamente che entrare in
quelle stanze era una forma di tortura", il che voleva dire che costringerli a resistere oltre la loro
soglia di sopportazione - due o tre giorni - avrebbe inequivocabilmente violato l'etica medica.
Consapevole delle limitazioni che questo poneva all'esperimento, Hebb annotò nel rapporto che
"risultati più chiari" non erano disponibili poiché "non [era] possibile costringere i soggetti a
trascorrere dai 30 ai 60 giorni in condizioni di isolamento percettivo".
Impossibile per Hebb, era invece perfettamente fattibile per il suo collega alla McGiU nonché
acerrimo rivale accademico, il dottor Ewen Cameron (venendo meno alla consueta cortesia
accademica, Hebb avrebbe in seguito definito Cameron "di una stupidità criminale"). Cameron si era
già persuaso che la distruzione violenta delle menti dei suoi pazienti fosse l'inevitabile primo passo
nel loro cammino verso la sanità mentale, e dunque non fosse una violazione del giuramento di
Ippocrate. Quanto al consenso, i pazienti erano alla sua mercé; i moduli standard per il consenso
garantivano a Cameron un potere assoluto di cura, che comprendeva addirittura la lobotomia frontale
completa.
Benché fosse in contatto con l'agenzia da anni, nel 1957 Cameron ottenne dalla Cia la prima
sovvenzione, riciclata attraverso un'organizzazione di facciata detta Society for the Investigation of
Human Ecology. E con l'arrivo dei soldi della Cia, l'Allan Memorial Institute iniziò a somigliare
sempre meno a un ospedale e sempre più a una macabra prigione.
Dapprima, furono aumentati sensibilmente i dosaggi di elettroshock. I due psichiatri che avevano
inventato la controversa apparecchiatura per l'elettroshock Page-Russell avevano raccomandato
quattro trattamenti per ciascun paziente, per un totale di ventiquattro shock individuali. Cameron
iniziò a usare la Page-Russell sui suoi pazienti due volte al giorno per trenta giorni: la terrificante
cifra di 360 shock individuali a ciascun paziente, molto più di quanto avessero ricevuto i primi


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